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STRANGER THINGS: “Gli amici non mentono!”

Serie ideata dai fratelli Duffer. La scomparsa di un ragazzino porta la madre, gli amici e il capo della polizia ad affrontare forze al di sopra di loro per riportarlo indietro.

Una storia che cresce con i suoi personaggi e il pubblico. La serie nasce come un’avventura nostalgica, quasi leggera, che finisce per trasformarsi in un racconto molto più maturo, dove l’orrore soprannaturale diventa lo specchio delle paure reali: crescere, perdere qualcuno, cambiare.

Uno degli aspetti più forti del finale è la chiusura emotiva dei personaggi. Stranger Things non è mai stata solo mostri e dimensioni alternative, ma soprattutto amicizia. Il finale funziona perché dà valore ai legami costruiti nel tempo.

Dal punto di vista narrativo, il finale porta la serie a riconoscere il prezzo delle sue scelte. Non tutto può tornare come prima e questo è uno dei messaggi più maturi dello show. Hawkins non è più solo lo sfondo di un’avventura: diventa il simbolo di un mondo che è stato cambiato per sempre, proprio come i protagonisti.

La nostalgia, elemento centrale della serie, viene usata con intelligenza: non come rifugio nel passato, ma come saluto definitivo a un’epoca. Il finale non vuole dire “restiamo bambini per sempre” ma piuttosto “va bene crescere, anche se fa paura”. Questo lo rende coerente con il percorso della storia.

Viene chiuso un cerchio emotivo.

A livello della storia ci sono dei buchi ma funziona ugualmente, il motivo? Rispecchia la serie, l’amicizia, la famiglia, elementi che sovrastano tutto il resto.

Alla fine, Mike dà una speranza a sé stesso e agli amici, raccontando una storia che dà un finale alternativo ad Undi, una ragazza che è sempre stata un esperimento, un’arma, ha visto crollare molti anche per proteggerla, una ragazza definita dal potere e dalla paura: paura degli altri, di sé stessa, di ciò che potrebbe fare. Il finale della serie ha il compito e il merito di chiudere proprio questo conflitto. Alla fine? Finalmente le danno fiducia, rispettano le sue scelte. Non è più il potere, il suo valore dipende ora dalle scelte che compie.

Il rapporto con il dolore è fondamentale. Undi arriva al finale portandosi addosso perdite, sensi di colpa e traumi profondi. La serie non cerca di cancellarli ma di integrarli: Undi non “guarisce magicamente”, bensì impara a convivere con ciò che è stata. Questo rende la sua conclusione più credibile e matura.

Nel finale Undi non è sola davanti al male: è parte di una comunità. È proprio questa la sua vera vittoria. Non combatte per dimostrare qualcosa, bensì per proteggere ciò che ama. In questo senso, il finale completa la sua trasformazione da esperimento isolato a essere umano capace di amare e di scegliere.

In definitiva il finale di Stranger Things funziona perché dà a Undi ciò che le è sempre mancato: un’identità che non nasce dal trauma ma dalla libertà. Non importa quanto potente sia diventata: ciò che conta è che, alla fine, Undi non è più definita da ciò che le è stato fatto, ma da chi decide di essere.

Ho deciso di credere alla storia di Mike ma, nonostante questo, deve essere lasciata in pace. Ciò che mi fa pensare è la frase che dice dalla prima stagione, ovvero “gli amici non mentono”, quindi ha mentito? Si è sacrificata veramente morendo e non scomparendo? L’importante è che ora, in ogni caso, è lei: semplice.

Tutto si collegherebbe al numero 20 uscito in una campagna di D&D, 001+011+008.

Gli amici possono andare avanti pensandola libera, una libertà che non le era mai stata concessa.